Una lezione da tenere a mente: 154 dei Wire

La band inglese che ha rivoluzionato il punk, ha qualcosa da dirci tutt'oggi in occasione della ristampa dei suoi dischi più importanti.

Lo storico disco dei Wire 154 (il numero di concerti a cui avevano partecipato fino a quel momento, e parliamo del 1979) è ancora oggi considerato una delle pietre miliari del rock, e più specificamente del punk (anche se il “nemico” di questo album è proprio il punk) che viene rivoltato come un calzino. Se il punk era la rabbia, il “me-ne-fotto-di-ciò-che-mi-circonda” (perché il punk è quasi una filosofia che, se applicata veramente, si vive senza starci a pensare troppo su, si vive naturalmente), i Wire “capiscono” che lo stesso punk è un fenomeno sociale e anch’esso di conseguenza è parte della decadenza denunciata o anche solo osservata. E non è nemmeno un caso che oggi venga ricordato questo disco poiché i tre dischi simbolo dei Wire (Pink flag, Chairs Missing e 154) vengono ristampati e rimasterizzati in modo da poter apprezzare tutto quello per cui questo disco viene ricordato. E cioè? Innanzitutto per quello che dicevamo sopra e conseguentemente le modifiche del suono che nonostante fosse derivato dal punk, non aveva nulla a che vedere. Piuttosto si parla di derive industrial, con “wall of sound” lisergici e con l’istrionica personalità del frontman Colin Newman (ricordiamo il suo eccezionale e rivoluzionario A-Z) che rende la visione di questo disco lievemente intellettuale.
L’eleganza, se così si può chiamare, di questo disco, sta nell’aver filtrato un atteggiamento che, se doveva avere un senso di esistere, doveva anche fare i conti con la realtà (e il punk, questo secondo termine, “la realtà”, l’ha considerato fino ad un certo punto – affermo inoltre di essere tutt’ora un grande appassionato di musica punk, ma se nella sua poetica colpisce nel segno, l’estetica può tutto sommato avere delle falle per quanto riguarda gli effetti reali, come ad esempio nei Green Day che hanno criticato per anni un sistema che gli ha dato da mangiare). Ecco, diciamo che la grandezza di 154 è il riconoscere la propria natura per rinnegare quella che, partendo per essere “natura”, è diventata cultura distratta. L’aspetto culturale del punk sta forse in questo paradosso: rinnegare il punk come lo abbiamo conosciuto, quello del chiodo, delle creste e della lettera A cerchiata, no, quelli sono slogan, sono pose, come “punk’s not dead”. Ma poi perché mai qualcuno ha dovuto dire che non è morto, se esso stesso per primo non poteva definirsi “vivo”. Il punk, come manifestazione di decadenza, non poteva esserlo. Gli zombi che criticava erano gli inevitabili conviventi di questo mondo. O ironizzavi o diventavi tale, ma non potevi evitarlo e non potevi ostacolarlo. Il processo dell’involuzione ha sancito che il punk, per essere tale, doveva essere all’ultimo gradino della catena alimentare. L’autodistruzione fa parte del suo meccanismo. Se noi decidiamo di ribellarci dobbiamo forse smettere di essere punk. Abbiamo già smesso di esserlo e c’è ancora chi insiste.Veri punk, smettete di “fare” i punk e siate punk: non siate punk!

Riccardo Gorone

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