Tom Rogerson – Finding Shore (Dead Oceans, 2017)

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Quando due strade si incontrano, si ottiene un disco come questo Finding Shore, disco che è del pianista Tom Rogerson ma in compagnia di Brian Eno (e il disco esce difatti per la Dead Oceans, la sua etichetta) grazie a cui gli stili si mescolano e il pianismo si coagula con l’ambient. Perfezionatosi con Harrison Birtwistle, Rogerson si è trasferito a New York incominciando ad entrare nell’ambiente del jazz registrando con i The Bad Plus, ma è stato proprio l’incontro con Eno (e con i suoi synth) a ribaltare la visione di Rogerson, suggerendo di utilizzare come interfaccia il Piano Bar (che non c’entra nulla con balere, et similia) ma che è uno strumento che traduce il suono del piano in segnale MIDI comunicato agli altri strumenti elettronici generando un suono digitale. E’ con questo metodo, che il piano di Rogerson e il Moog di Eno collaborano. “Ciò ha immediatamente messo una cornice intorno a quello che faccio, che è tutto quello di cui un improvvisatore ha bisogno”, ha sostenuto Eno.

Ma il disco è una miscellanea di generi che spaziano dalla classica (come la raveliana/chopiniana On-ness ) all’industrial con l’incedere meccanico di March Away che ricorda gli ultimi lavori di Hans Zimmer, l’oriente di Eastern Stack, con corde e martelletti in perfetto stile est europeo, la sospensione/tensione di Minor Rift, il pre-IDM di The Gabbard, le lontananze da ‘900 di Quoit Blue… Insomma, la galleria di immagini che riesce a collezionare questo disco, ha infinite stanze, come quelle di Mussorgsky che in un continuum di scatole cinesi, si fa strada tra varie sonorità capaci di ribaltare atmosfere, di oscurare e schiarire.

Finding Shores è più una dichiarazione d’intento che un titolo. Descrive la nuova dimensione della musica, un viaggio tra generi che si incontrano e che si (ri-)scoprono. Sono questi, i nuovi lidi in cui approdano gli uomini che creano.

Riccardo Gorone

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