The Nightcrawlers – The Biophonic Boombox Recordings (Anthology Editions, 2018)

Allora, ci sono progetti che sono difficili da considerare, o almeno, da valutare e talvolta, classificare, e per più di un motivo. Intanto, la grossa difficoltà sta nel riscrivere una sorta di mappa musicale per i generi che oggi si intersecano, e capire in tal caso, che tipo di mappa redarre. Sicuramente, se ci basiamo su un criterio fatto di stilemi e di cronologie, tutta la buona volontà con cui partire con questo progetto, va cestinata, poiché sembra essere un lavoro titanico anche solo per il semplice fatto che è impossibile. La produzione musicale ha contribuito alla pletora di uscite (indipendenti, dipendenti, semidipendenti, sconosciute ad libitum) che come cani sciolti, si assiepano sui nostri archivi di bit e noi, impotenti, li lasciamo depositare il loro contenuto, pronti all’ascolto. Poi sì, ci dobbiamo avvalere di conoscenze che spesso non si hanno subito a disposizione (ci sono dei rimandi ad altri generi? A gruppi? Di che periodo? E così via in un labirinto senza fine) e quindi dobbiamo prendere con le pinze ciò che ci capita sotto orecchio. Questo cappello banale e al contempo allarmante servirebbe per comprendere la problematica che ruota attorno al disco che qui presentiamo.
Il gruppo di cui parliamo è un trio di synth dal nome The Nightcrawlers che fa uscire una collezione di registrazioni per l’etichetta Anthology, nome non casuale per pubblicare una retrospettiva di materiali che va dal 1979 fino ai primi anni ’90. I due fratelli Tom e Peter Gulch e Dave Lunt sono stati i precursori e collaboratori della scuola di Berlino (tangerine Dream) e di altri progetti mitteleuropei (Popol Vuh, Cluster, ecc.)

Il modo di procedere dei Nightcrawlers è assolutamente improvvisato da inizio a fine e le loro sessioni duravano tutta la notte, registrare su cassette +JVC boombox (da cui il titolo) e il risultato è stato una miscellanea di tendenze che vanno dal New Age al post-psycho come gli ultimi Psychic Ills nel progetto Compound Eye, fino a parentesi da colonna sonora. Insomma, nulla che non sia già stato sentito, eppure, perché mai oggi avrebbe senso ascoltare tracce che richiamano i lavori di Charles Cohen (che, lo vogliamo ricordare, è uscito una sua raccolta per Morphine presentata proprio come retrospettiva) o di altri precursory di qualcosa che forse oggi suona vuoto, agée? Perché non esiste il concetto di nuovo, come non esiste il concetto di vecchio come, lo ripeto l’ennesima volta, non esiste la “musica elettronica”. Esiste la musica (a cui mi rifarei secondo la definizione di Berio: E’ musica tutto ciò che si ascolta con l’intenzione di ascoltare musica”) che è con la M maiuscola he diventa musica con la minuscola quando poi spetta dare un giudizio, un voto. Con questo non voglio dire che la musica sia sempre bella (la musica è un po’ come la cucina e si divide in due grandi categorie: o è buona o è cattiva) ma si può certo dire che è sempre musica. Sta poi a noi decidere con criteri di gusto (che non ha nulla a che vedere col bello, poiché è gusto, opinione, parere) se ha senso ascoltarla o meno. Ma la voragine di argomentazioni che si è aperta, finirà col risucchiarmi in una spirale di sentenze contraddittorie e, visto che non ho intenzione di soccombere proprio sotto i miei colpi, vorrei ci si soffermasse un attimo su alcuni dei gioiellini di questa retrospettiva come Crystal Loop III o come l’inizio inquietante tra radar e piagnistei di macchinari di Discovery and Approach. Altro siparietto interessante, di questa interazione tra linee di synth è Luv Li Muzik che riesce a dare la sensazione di calore dei suoi arpeggi rasserenanti senza per questo diventare “ facile” per forza. Ma questa uscita ci serve per sapere che ci sono stati gruppi che forse nel tempo diventeranno capostipiti dell’elettronica, ma come si sa, ai posteri l’ardua sentenza. A noi, non ci resta che ascoltare e porci interrogativi, eventualmente, senza sperare in risposte.

Ecco, quando accade che qualcosa ti tocca, puoi esprimere tutti i giudizi razionali che vuoi, puoi riascoltarlo e non trovare ciò che ti ha toccato in precedenza, ma se l’ascolto è stato vivo per un secondo, allora c’è poco da disquisire. Non pensare, guarda, diceva.

 

Riccardo Gorone

 

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