Sun Araw live @ Sala Vanni (2 Marzo 2019, Firenze)

Cameron Stallones, conosciuto dai più come Sun Araw, è una creatura libera che ama smarcarsi dai generi. Appassionato di Jamaica, ha filtrato tutte le sue passioni musicali in un miscelatore che col tempo è diventato sua cifra stilistica. Spazia dal funky, al reggae, alla psichedelia, all’elettronica. I suoi dischi sono spesso dei concept complessi (addirittura si indaga l’Antica Roma, che coi suoni di Stallones, fa rivivere le rovine delle sue musiche, i suoi frammenti quasi perduti). Ecco, Sun Araw ragiona appunto per frammenti, elementi che poi vengono inclusi in un coacervo di generi e armonie sghembe che da sempre lo hanno fatto conoscere al grande pubblico. Ci ricordiamo tutti le sue mirabili “gesta” come la collaborazione per RVNG assieme ai Congos e M. Geddes Gengras, oppure alla recenta colonna sonora del film romano Guarda in alto, una produzione molto diversa dal suo solito. Come molto diverso è stato l’approccio del suo live in Sala Vanni a Firenze. Non più in solo, bensì con il suo trio fatto di tastiere e percussioni. Stallones alla chitarra eseguiva poche note nette, dai ritmi irregolari, quasi carezzasse il prog o la sua estrema conseguenza, il math rock. Voce con un lieve slap delay, tipica della tradizione dub e che il nostro ha sempre privilegiato per contribuire alla percezione di una realtà fluida, ma comunque controllata. Bellissime le parentesi blues che si stagliavano al di sopra della parte improvvisata, una sorta di free folk/world che strizzava l’occhio ai generi dai ritmi dispari, al jazz, e, perché no, anche al pop. Sicuramente non era un concerto per tutti, ma anche lì, Stallones o lo si ama, o non lo si va a sentire.

Ha davvero avuto poco senso l’atteggiamento di membri del pubblico che scuotevano la testa andandosene di fronte alla performance di uno degli artisti più interessanti ed eclettici del panorama occidentale sperimental.
Se volevate i pezzi con strofa e ritornello, non dovevate essere in Sala Vanni quella sera; se volevate i ritmi regolari, se volevate la voce melodiosa, se volevate il virtuosismo (che poi era virtuosismo, perché mantenere la “regolarità” di certi ritmi è sinonimo di naturalezza che a sua volta è risultato di pratica assodata ed esperienza) à la Tommy Emmanuel, non venivate a sentire questo trio. Cosa vi aspettavate di ascoltare? Qualcosa che non si sente tutti i giorni, grazie al cielo (nel senso che la norma non stupisce come l’originalità, non nel senso che altrimenti non potremmo sopportare il diverso). Poi che c’entra i gusti son gusti, ma anche stare a discutere sui gusti, lascia il tempo che trova; e poi, detto inter nos, il bello non è sempre questione di gusto, anzi. Guardate cosa ci circonda con la scusa che segue: “quello che vedete è quello che il pubblico chiede”. Panem et circenses.

Riccardo Gorone

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