Roberto Bongi e “L’urlo della Miseria”

La personale dell'artista al Battistero di San Giovanni a Pistoia

Roberto Bongi, innanzitutto, vuole essere un comunicatore prima ancora che artista. Il tema è davvero essenziale: la miseria, che poi in molti chiamano povertà, ma che, a mio avviso, hanno due significati sottilmente diversi. Qui, distinzioni a parte, il discorso è il seguente: il mondo è una grande contraddizione: sviluppo e incremento della ricchezza e ampliamento delle forze che distruggono quella crescita. Detto in parole povere, le stesse forze che accrescono la ricchezza, sono le medesime che fanno aumentare la povertà in un gioco al massacro pressoché perpetuo. L’affresco che Roberto Bongi e di Andrea Bolognesi propongono è quello di una condizione eterna dell’uomo dalla sua nascita fino alla sua morte. E Bongi, altro non è, come tanti, che un testimone. L’opera che apre la sua personale è proprio “L’Urlo della Miseria”, un urlo senza voce, un urlo muto che non può uscire dalla tela (anche questa impossibilità potrebbe essere specchio dell’arte: i poveri non hanno voce, e il Nostro tenta di “far vedere” questa voce che non esce allo scoperto.

La miseria, la fame, le diaspore contemporanee dei migranti, i corpi per strada, sono i tratti più percepibili della miseria. E poi c’è quella che viene definita misère de l’ homme che è quella intima, nascosta, la più terribile, la cui aridità spirituale e morale minacciano i nostri giorni: giorni guidati dalla speculazione, dall’acquisto, dalla compravendita, dall'”osceno” , come lo avrebbe definito Baudrillard, nell’impossibilità di schierarsi poiché non ci sono più confini, divisioni, distinzioni, ma il tutto passa dentro all’indistinto della realtà, che è una realtà più reale della realtà, una realtà che viene filtrata dai nostri mezzi di comunicazione e che per questo, annulla il mondo circostante, fuori dalla porta di casa nostra.

L’iperrealtà può tranquillamente fare a meno della realtà, ma nella pittura, la lezione che rimane è piuttosto quella di Heidegger che vede nell’opera d’arte il chiudersi della terra, lasciando il proprio messaggio criptato, ma che si mostra comunque come mondo, un mondo che ci comunica, e il cui senso è intuibile, ma non comunicabile. Ecco, questa dis-chiusura del mondo è il risultato dell’arte che è più vera del vero, ma nel senso che qualcosa manca a questo “più vero”, qualcosa che deve essere comunicato, ma che non riesce ad esaurirsi in mere formule. Ci poniamo dunque il solito problema: gli dei se ne sono andati, Dio è muto. Ma se Dio parlasse, riusciremmo a comprendere il suo messaggio?

 

Riccardo Gorone

Servizio fotografico di Sandro Nerucci

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