Nicola Ratti – The Collection (Room40, 2017)

CE_Toscana

rm489_frontNicola Ratti, scheggia impazzita dell’ambiente elettronico europeo, passa all’etichetta australiana di Lawrence English Room40 con un disco che vuole avere il gusto dello storico, poiché di collezione di pezzi si parla. Tutti pezzi composti senza un’idea previa, ma “semplicemente” dati dal transitare in studio per diversi mesi. Da quella fermentazione di ispirazione, ne viene fuori The Collection, un disco fatti di pezzi che hanno caratteri a sé stanti, proprie fisiognomiche, alcune che si confanno al contesto, altre che amano restare solitarie, controcorrente. Collection è una summa degli realizzazioni di Ratti nei suoi ultimi anni di carriera, o come ama definirlo il Nostro, il disco stesso è catarsi, è il guardare se stesso dentro a quella stanza che può essere chiamato studio, a seconda delle occasioni, spazio in cui sostare, isola salvifica, prigione benedetta, pensatoio, luogo di lavoro, ecc.

E sì che nella sua carriera, di cose, ne sono cambiate, a cominciare dal naturale prolungamento di ciascun musicista: gli strumenti. Se dapprima la ricerca era incentrata sui “bug” acustici di chitarre, i rumori di fondo del nastro e di tutta la dimensione analogica dello spettro sonoro, il Nostro, da qualche anno a questa parte, si è interamente dedicato all’elettronica e più nello specifico, nell’utilizzo di sintetizzatori modulari, grazie ai quali riesce a tessere trame ritmiche, dialoghi percussivi o ancor più semplicemente, pattern sonori la cui scarnezza non è questione di pauperismo, bensì di voluta semplicità (si pensi a r402 o alla traccia sorella r40, o ancora dell’ossessiva r401 – i titoli sono codici, denotano delle sequenze e perfino il linguaggio è scheletro di senso, spogliato di qualsivoglia orpello che è un “di più” rispetto all’essenziale dovuto). Ma, come dicevamo poco sopra, i generi che Ratti tocca sono diversi: il dub corale di L1, l’atmosfera di tribalismo multiangolare di L8, o la stregata apertura sghemba di L2.

Nicola Ratti, che dopo Pressure Lost, che sembrava mero esercizio tecnico, ritorna all’intima poesia di quel capolavoro che fu Ossario, uscito 3 anni fa, ma con una produzione e un suono che accoglie ancor meglio l’amalgama delle influenze passate nel setaccio del suo stile. Questa è sì, la collezione di composizioni di Nicola Ratti, ma nulla toglie che questo disco possa finire tra le vostre personali collezioni.

Riccardo Gorone

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