“Nascita di una nazione” a Palazzo Strozzi. Alcune riflessioni sulla nostra contemporaneità

Il termine “nazione” ha una sua genesi politica? Si può identificare una nazione al di là della sua storia politica? Se, ipoteticamente, guardassimo fuori dalla finestra, sapremmo identificare i caratteri precisi di una determinata nazione? Ecco, facendo un ulteriore passo avanti, saremmo in grado di identificare “il modo di fare arte di una nazione”, l’ “estetica di una nazione?

Questa, secondo me, alla fine, è la domanda che ci dobbiamo fare quando entriamo ed usciamo dalla mostra “Nascita di una nazione” presso le sale del Palazzo Strozzi che attualmente sta condividendo anche l’altro progetto “The Florence Experiment” di Holler e Mancuso, che ha sicuramente attirato molte persone, grandi e piccini che vogliono vivere l’aspetto più giocoso dell’arte con un’istallazione interattiva. Mentre per quanto riguarda la mostra sotto una luce patriottica, vede per la prima volta riunite le opere di artitsti che sono stati l’emblema dell’ “Italians do it better” della contemporaneità (e anche qui, avrebbe forse senso spendere parole per Bonito Oliva, Corà, Celant, ecc.? Per il momento no, perché vorrei che si eliminassero questioni politiche di curatela, definizioni (sicuramente necessarie per inquadrare se non altro, il fronte che riunisce certi artisti piuttosto che altri, come arte Povera, Pop Art, Concettuale, Informale, Transavanguardia, ecc.) ed etichette perché quello che conta è davvero la dimensione estetica, che ha a che fare coi nostri sensi. Per questo il percorso organizzato da Palazzo Strozzi non ha molto a che vedere con un cammino storico, quanto con passaggi concettuali che passano per esempio dall’informale (con Vedova, Burri e Fontana) e una sala tutta dedicata all’istallazione povera (come la condivisione di Kounellis e Pino Pascali che non ha proprio un carattere “povero”, quanto piuttosto pop), passando alla sala tutta concetuale/optical che vede personalità assieme come Castellani e Manzoni.

Il momento politico non può certo mancare con Schifano e Paolini (e in un certo qual modo Boetti nelle sale successive), nella sala dedicata al ’68. Ma la chicca della mostra, è la piccola sala dedicata alle prospettive stranianti di Gnoli, che intimamente fa parlare un linguaggio pittorico “italico”, a cavallo di tradizione ed avanguardia. Un peccato che i nomi esportati in tutto il mondo (come Penone o Anselmo) abbiano avuto poco spazio (appaiono solo tre opere nella sala finale), ma nel complesso, la mostra tenta di passare in rassegna e di accorpare una serie di stili che, molto difficilmente ma non dipende dalla curatela, dipende dalle storie personali degli artisti, non possono essere accomunati, se non dal fatto che i pittori sono stati attivi in Italia, o siano stati italiani. Ma, la poetica della “Nazione” non può esserci, poiché è spesso l’ironia, la grande spinta inventiva e poetica di questi “sovversivi” dell’arte. Chiaramente oggi quei nomi di artisti sono istituzioni, ma perché il risveglio della “statalità” è arrivato dopo.

Prima arriva l’artista e poi arriva l’arte, così come prima arrivano le persone e poi arrivano le istituzioni. Fatto sta che Palazzo Strozzi ha messo insieme una mostra fatta di grandi nomi e di grande opere. Probabilmente si è percepito che mancasse qualcuno di quegli artisti sovversivi che hanno comunque determinato un’angolazione da cui guardare l’estetica del paese, sicuramente l’angolazione più oscura e variegata (come Pettena, Staccioli o Capitani), come è anche assurdo che si trovino dei veri e propri outsider dell’italianità, come Baj, che si ispira a Jarry, alla Patafisica e richiama le visioni di Dubuffet, ma in termini “estetici” la mostra ha riunito opere che tutt’ora troviamo e troveremo sempre nei libri d’arte. Quelli di tutto il mondo, non solo quelli italiani. Ecco la vero contraddizione: la nascita a posteriori è una tautologia, una “scusa”. Questi sono grandi artisti, e non per il fatto di essere italiani o per il fatto di aver avuto una coscienza italiana, ma per il fatto di aver potuto creare arte liberamente, oltre lo stato e oltre le griglie del potere.

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