Le interviste impossibili di Jan Jelinek

Con il suo ultimo disco, l'artista crea un nuovo linguaggio e un nuovo modo di ascoltare gli uomini

Oggi il giornalismo, la democrazia, l’inclusione e soprattutto le parole stanno avendo sempre più potere, così tanto da poter creare un mondo a sé facendoci credere che quello sia il mondo che noi viviamo. Ma già dall’antichità c’era un pensatore che aveva capito molto e che, crediamo, se fosse vissuto oggi “avrebbe dato le paste” (come si dice dalle nostre parti) a parecchi politici di lungo e breve corso. Sto parlando del mitico Gorgia, a cui viene attribuita l’appartenenza alla scuola sofista, reputata famosa per la sua ultraretorica, in grado di modificare le carte in tavola, rinchiudendo la realtà in perifrasi e giri di parole capaci di ingannare l’ascoltatore come fumo negli occhi. Ma coi secoli che sono passati, stiamo rivalutando sempre di più quest’atteggiamento. Oggi elogiamo le supercazzole, meccanismi d’inganno ma anche strumenti canzonatori, rivelatori di fuffa. Come dire, la menzogna svela la menzogna. Questa premessa è necessaria per presentare l’ultimo progetto del musicista Jan Jelinek Zwischen che è intriso di intelligenza e ironia (termine importante che dall’antica grecia ha dato forma ad un modo di pensare e di interrogare). Il Nostro divide il disco in più o meno una decina di tracce che hanno come titolo domande a personaggi celebri (viventi e non) a cui non rispondono effettivamente. Le domande spaziano da questioni democratiche, politiche, esistenziali, estetiche, biografiche (vengono interrogati Stockhausen, Yoko Ono, Duchamp, Beuys, Zizek, Cage o Lady Gaga) e risuonano continuamente durante l’ascolto. Ma nessuno di questi personaggi risponde, o almeno, ammesso che quelle domande siano state fatte ( ma no, poiché sono state inventate di sana pianta dall’autore), è Jelinek stesso che “impedisce” a costoro di rispondere in maniera “sensata”. La strategia di Jelinek è quella di fare esprimere gli interrogati con semplici versi, fonemi, sospiri, risate.

Sono i quesiti stessi delle risposte, delle domande retoriche, ironiche, come quella fatta a Lady Gaga stessa, il cui titolo recita Lady Gaga, you once said in an interview that you write music for the fashion industry. Is fashion as important to you as music? che è poi dello stesso tenore che viene fatta a Yoko Ono con un tono alquanto consapevole della contraddizione sociale della Nostra: Yoko Ono, you were born into a rich, aristocratic family in Tokyo. Do you see that in yourself? Insomma, Jelinek non risparmia nessuno con le sue domande che strizzano l’occhio al mondo reale, non solo chiuso in un circolo estetico. L’intervista qui diventa una forma d’arte, di riflessione, in cui l’ascolto è pura forma teoretica e va all’essenza del senso, probabilmente celato, probabilmente inesistente, ma è una forma d’espressione frontale in cui il soggetto, diventa l’oggetto stesso di una pseudodisamina che è trappola dialettica. Il silenzio è d’oro e qui, nonostante le parole manchino, il silenzio è solo l’anima del chiacchiericcio.

 

Riccardo Gorone

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