La caduta dell’Occidente secondo l’Oriente

Dave Grubbs e Taku Unami concepiscono un disco che è racconto di una tradizione antica.

L’articolo che state leggendo è d’obbligo quando alla stampa appare, tra le novità discografiche dell’anno, una collaborazione del leggendario chitarrista Dave Grubbs (fondatore dei Gastr Del Sol insieme a Jim O’Rourke e di altre collaborazioni, come ad esempio con i nostrani Andrea Belfi e Stefano Pilia) assieme al musicista giapponese Taku Unami. Il disco, che si intitola Failed Celestial Creatures, parte dai racconti dell’autore prematuramente scomparso Atsushi Nakajima (1909-1942) conosciuto per i suoi brevi racconti allegorici che indagano l’animo umano nel solco della tradizione popolare cinese ma con un occhio moderno intriso di esistenzialismo e di assurdità. Tra tutti i racconti che ha scritto, in particolare, La luna oltre la montagna, si discute della rinascita dell’uomo. Il protagonista/poeta viene trasformato in un mostro di fiume, entrando a far parte del collettivo di demoni di fiume (nella tradizione se ne elencano circa tredicimila). In poche parole, dalla condizione di uomo, subisce una caduta in qualcosa d’altro. Ecco, proprio l’ideogramma cinese che noi traduciamo come fallimento, caduta, corruzione, in realtà ha un significato ancora più profondo che non si presenta grazie ad un divenire, ma che è condizione necessaria perché si possa parlare di cambiamento. In sostanza, l’ideogramma significa “carne sacra che cade dall’altare sul pavimento”. Ciò significa che, in ogni rituale, di qualunque religione o pratica che sia, la condizione tacita che si crea è una degenerazione. Se interveniamo con una qualche forma di rito su oggetti, figure, condizioni, è inevitabile che si cada già nel deterioramento. Ogni oggetto divino, se interrogato dall’umano, è già corrotto, poiché l’uomo non può avere scorciatoie verso l’oggetto investigato se non corrompendolo. Ecco, adesso proviamo a trasporre questo discorso per una sessione di registrazione o per una jam session di qualsivoglia genere: anch’esso è un rituale e di conseguenza anch’esso porta ad una degenerazione. Per cui Grubbs e Unami, come ogni uomo, non possono salvarsi da questa condizione (e a questo punto, la celebre frase di Dostoevskji “la bellezza salverà il mondo”, qui trova il suo corrispettivo negativo dato che anche la bellezza fa parte del deterioramento del mondo). Ma sarebbe infatti sbagliato pensare di sottrarsi ad una condizione negativa: ma qui il problema non si pone, per il semplice fatto che non è un problema. Se fosse un problema, ci sarebbe una soluzione, ma se la soluzione non v’è, significa che è una situazione che va vissuta necessariamente come unica possibile.
In questo disco si percepisce questa condizione di impermanenza e di povertà: due chitarre asciutte, qualche feedback di amplificatore, poche note, riff intimi ed essenziali, parole che si fanno sentire esclusivamente sul lato B del disco (nella traccia The Forest Dictation) con la voce ai limiti della stonatura di Grubbs. Il resto del disco, oltre la lunga suite d’apertura di 20 minuti, è uno scambio di accordi tra i due musicisti che dipingono haiku sulla sabbia (Constellation of Sand, appunto e 4 parti di un lungo movimento Threedbare) all’insegna del perituro. La cultura occidentale e quella orientale si incontrano con successo per tracciare dei nuovi limiti al linguaggio chitarristico e questi limiti non sono semplicemente superabili. Se i limiti si impongono, la bravura sa nel saperli sfruttare, nel saper concepire cosa si può fare da cosa non si può fare, è questa, in breve, la magia della musica. Dice qualcosa che non può essere detto o che, almeno, può essere detto con tutti i limiti dovuti, e proprio all’interno di quei limiti se ne vede già il superamento.

Riccardo Gorone

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