Finale di Partita @ Teatro della Pergola (12 gennaio 2017, Firenze)

finale-di-partita_01-1Questa non sarà una recensione, e per forza di cose. Non è una scelta mia, ma sono costretto a dover trasformare il tutto in una mera cronaca di una serata a teatro. Ma non una serata qualsiasi, stiamo parlando di uno dei più grandi lavori di Samuel Beckett, Finale di partita, e mica una versione di Finale di partita qualunque, eh no, con Glauco Mauri e Michele Sturno che hanno dato una prova attoriale unica, e anche una grande dimostrazione di pazienza, probabilmente.
Come si sa, dicembre, gennaio e febbraio portano malattie, virus, febbri, e simili. Insomma, è inverno. E come sappiamo, probabilmente, il miglior rimedio per fronteggiare il freddo è stare al caldo, meglio se a casa, senza diffonderla, senza contagiare altri. Ma, anche questo, come già sappiamo, la febbre non è l’unica cosa contagiosa. Tante cose lo sono, e lo sono diventate, e non è un caso che ci sia un abuso del termine “virale” oggidì (che so, la condivisione di video, la moda dei selfie, i forum: tutte cose aggreganti e che vengono definite “virali”). Per questo, io credo, il teatro, specialmente se Beckett, credo che sia la cosa meno virale di tutte. E credo anche in parte all’effetto catartico descritto da Aristotele, ma senza il bisogno di sentirmi accolto in un sentire comune. A me il teatro piace e vedo io come interpretare quello che guardo. Ognuno si gode qualcosa per sé, ed è giusto che faccia le sue considerazioni. Ecco, la mia riflessione o fruizione personale sono state totalmente annichilite da un pubblico che semplicemente non è educato al teatro, e io non parlo di ignoranza che si diffonde tra i giovani o simili, no. Dico proprio che nel percorrere le varie generazioni, si vede che proprio non si ha la minima idea del “perché” uno vada o non vada a teatro.
finale-di-partita_03Dall’inizio dello spettacolo fino alla fine, non c’è mai stato un momento di silenzio, come una sorta di brusio di sottofondo (e ve lo comunica uno che si trovava in fila M, a metà platea, non in piccionaia) che alternava rumori di vario genere (quelli che arrivano coi giacchetti bomber belli rumorosi e iniziano a piegarseli fino a che deliziosi origami incomprensibili da terzi non vengono palesati, o quelli che iniziano a scartare le caramelle, che, per non fare rumore, le aprono molto lentamente, con movimenti da equilibrista, con lo sguardo finto interessato, senza parere – ve lo dico perché sono capitato accanto a soggetti del genere, per dire) a un’infinita serie di colpi di tosse (sapete, i colpi di tosse possono capitare, ma io non sono riuscito a sentire che colpi di tosse dall’inizio fino alla fine): chi li genera di sua sponte, chi proprio non ce la fa a tenersi, chi decide di soffiarsi rumorosamente il naso a più riprese, e poi, c’è la mia categoria preferita: quelli che si schiariscono la gola, eh sì, perché signori, vi auguro di andarvi a sentire parecchi comizi politici in questi mesi, e voglio vedere quante volte quello che parla, si schiarisce la gola. Uno spettacolo della durata di un’ora e un quarto, in cui il protagonista a volte si sofferma sui suoi pensieri, monologando sul passato, bofonchiando, contraddicendosi in un corpo a corpo con la propria memoria necessita davvero di un pubblico (che deve stare zitto e guardare) che si schiarisce la gola per 75 minuti? La domanda è perché? Poi c’erano quelli che chiedevano quale fosse Glauco Mauri tra quelli che recitava, quelli che si alzavano a fare quella che, quando facevo la scuola elementare chiamavano, la “giratina” per far passare un po’ di tempo per poi ritornare a posto, quelli che facevano battute ironizzando sulla staticità della pièce “eh, non sai che ti sei perso. Sono successe tante di quelle cose nel mentre che non c’eri…” E quelli che sentivo, non erano commenti dei ragazzi che erano stati portati in gruppo a vedere un’opera di Beckett, ma gente adulta, padri e madri di famiglia. Al termine dello spettacolo ho anche sentito dire: “non ho capito nulla” e “non ho sentito nulla”.
Appena il sipario è stato tirato, subito file di spettatori erano a metà del corridoio, già pronti per la fuga. I ragazzi di cui poco sopra, erano verso la fine della platea e nessuno di loro ha nascosto l’avversione per il teatro (di questo tipo?) dicendo: “non so come ho fatto a non uccidermi”. Ma perché rinunciare ad una vita? Non è meglio non andare a teatro e vivere serenamente? Non ho mai sentito obbligare nessun dottore ad andare a teatro. La vita è bella anche se a teatro non ci si va. Io non sono mai stato su un deltaplano e non ho mai fatto bungee jumping, eppure vivo benissimo. Basta solo capire cosa ci piace e non ci piace fare. E’ molto semplice, ma le cose più semplici, sono proprio quelle più difficili. Perfino stare zitti e ascoltare. Meditate, gente, meditate.

Riccardo Gorone

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