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Play Strindberg @ Fabbricone (Prato, 2017)

play-strindberg_1L’opera di Strindberg, Danse macabre, una delle opere più tragiche nel repertorio dell’autore, viene reinterpretata e nuovamente riscritta dal genio svizzero Friedirich Dürrenmatt con la pièce Play Strindberg, un titolo ironico che non trascura il lato drammatico (solo a sentire pronunciare il nome di Strindberg, viene in mente il suo immaginario e non è di certo comico) di questa tragicommedia. L’acume dell’autore infatti è tagliente come un rasoio e ferisce in maniera altrettanto efficace. Mi riferisco in particolar modo sia ai suoi racconti, che hanno un aspetto talmente grottesco che diventa inquietante – si pensi solamente a La salsiccia – che all’opera irrappresentabile La visita della vecchia signora, in cui il destino del protagonista è legato all’inevitabile, un inevitabile dettato dalla logica e, nonostante ciò, viene percorso con naturalezza procrastinandone l’epilogo funesto. In questa pièce irrealizzabile, la perfidia è talmente potente che non può non strappare sorrisi. Così avviene anche in Play Strindber in cui il palco è organizzato come in ring, circondato da corde, e che viene scandito in 13 riprese (o round) dando così un ritmo ulteriormente frizzante al tutto.

play-strindberg_3I protagonisti sono 3, o sarebbe meglio dire 2+1: il capitano, la moglie e il cugino/amante che ritorna. I 3 scopriranno i loro lati più meschini che lanceranno addosso agli altri come ganci di un incontro di boxe. I ritmi si scandiscono sempre più velocemente, come una vera e propria lotta allo stremo delle forze (il capitano cadrà in una sorta di stato comatoso in cui risponderà con urla strozzate che solo la moglie, a lui legata da un vincolo morboso e che vive nella speranza ch’egli muoia, per rimanere delusa puntualmente ad ogni risveglio dei suoi collassi che apparivano sempre come mortali, è in grado di capire). Il cugino, un imbroglione, un furbastro, che ritorna a casa per andarsene nuovamente con un addio ancor più amaro, sulle note della Canzone di Solveig di Grieg, che il capitano non sopportava e a cui preferiva sempre l’Entrata dei boiardi (la colonna sonora è l’alternanza da questi due pezzi che diventano tormentoni e che rientrano nello humour cinico di Dürrenmatt) e in cui nuovamente collasserà pesantemente che i tre attori della produzione del Teatro Stabile del Friuli interpreta magistralmente. Tra sorprese fino all’ultimo minuto (ognuno nasconde qualcosa all’altro) e botta e risposta amari come il fiele, i round impietosamente fanno progredire questa giornata surreale di questi tre “gettati” nella realtà povera della vita di coppia, del sotterfugio, della crudeltà intima degli uomini. Ogni momento, nonostante l’aura comica, diventa pesante come un macigno (come la semplice ma geniale trovata di interpretare la sesta ripresa col capitano che cena da solo, senza dire una parola, illuminato dal faro, dal titolo Cenetta solitaria) e che viene sputato fuori con una risata che esce quasi perché dovuta, come se fosse una reazione automatica alla sopportazione della situazione, quasi isterica ma al tempo stesso liberatoria. Ecco, in Dürrenmatt non c’è catarsi ma solo la discesa verso l’abisso, un abisso che non può essere evitato e che riesce a ribaltarsi come un cono per divenire l’apice dell’umorismo che sembra essere la cura per sopportare la tragedia dell’esistenza, dell’esistenza dell’altro.

Riccardo Gorone

Riccardo Gorone

Laureato in Filosofia all'Università Ca' Foscari di Venezia, collabora con quotidiani online ("ReportPistoia", "ReportCult", "Carnage News") occupandosi di cultura e musica. In contatto con le nuove realtà internazionali della musica, promuove e divulga opere, eventi e artisti delle diverse scene sperimentali. Ha collaborato con radio tra cui Radio3, Radio Sherwood, Radio Belluno, e festival nazionali come Dancity, ClubtoClub, Pistoia Blues.