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New York SUBWAY, Manhattan maggio 2014, Photo Credit Simone Martini

Mostra di Simone Martini: Subway

Galleria 33 presenta presso Mariano, ristorante in Corso Italia 40 ad Arezzo, SUBWAY di Simone Martini, personale fotografica. La mostra è accompagnata da un testo critico di Tiziana Tommei.

Siamo a Manhattan, New York, nel maggio 2014. Un gruppo di persone scende verso l’ultima scala della metropolitana – in inglese ‘subway’. In primo piano, sulla sinistra, una donna dai tratti orientali; sulla destra una figura femminile di spalle; al centro un uomo con una maschera a forma di testa di cavallo.

Non è un’allucinazione e neanche un sogno. Quella che può sembrare la descrizione di un opera surrealista è invece un’immagine fotografica tratta dalla strada. Non c’è nulla di fantastico, è pura realtà.

New York SUBWAY, Manhattan maggio 2014, Photo Credit Simone MartiniDieci scatti da Lisbona e New York, datati 2013 e 2014: street photography – fotografia di strada. Protagonista è il quotidiano, che viene catturato, fissato entro un’immagine ed enfatizzato con ironia o distacco. Si tratta di situazioni desunte dalla realtà in cui ciascuno di noi è immerso, luoghi che possono essere attraversati da chiunque, ma rispetto ai quali pochi, pochissimi, prestano attenzione. La fotografia di strada ci mostra quello che generalmente sfugge allo sguardo di chi si muove in quei medesimi contesti senza osservarli davvero, di chi è presente in essi senza viverli, di chi li occupa fisicamente senza conoscerli. Attenzione, non è che quel tratto di realtà conosciuta ci appare inaspettatamente, in virtù di quel “frammento di luce”, inedito o gravido di nuovi significati. Non c’è alcuna apparizione o visione epifanica dettata da particolari stati emotivi. Non c’è alcuna suggestione. Conta la presa diretta e subitanea di quello che scaturisce dall’incontro tra l’occhio del fotografo e il mondo. Conta l’istante, la capacità di afferrare quel momento, che è qualcosa di unico, avente una sua durata – puntuale – e un carattere irrepetibile. Questi, nell’atto dello scatto, è già ‘passato’ e la sua storia resta grazie a quel click, che, scevro da ogni automatismo, è il risultato di un rapporto diretto con la realtà fenomenica e attiene a ciò che scorre. Elude ogni concettualità e si fa specchio di vita. Fermo immagine di un’incessante scorrimento di fatti, situazioni, uomini e cose coinvolti in un moto perpetuo. Si potrebbe fare erroneamente appello ad una sorta di sensibilità personale, rivolta a banali accadimenti, quando in verità ciò che è fondamentale è l’attenzione, la capacità di osservare e afferrare quel soggetto in quel tempo e in quel luogo. L’hic et nunc è, dunque, conditio sine qua non.

Quello che più colpisce, e che deve essere considerato, nell’opera fotografica di Simone Martini è lo studio dell’inquadratura. Esiste uno stacco sostanziale tra le due serie: “Lisboa 2013” e “New York 2014”. Nella prima lo spazio è ampio e aperto, l’occhio si spinge in profondità, muovendosi tra quinte prospettiche, alternate in composizioni complesse, ma unite da un centro sempre geometrico e mai narrativo. Esiste in esse un elemento emergente – come l’uomo barbuto, la tavola periodica, il distributore di gelato – e una divisione in fasce parallele, orizzontali e verticali, che s’incrociano formando un sistema di quadri in cui quello centrale è un nucleo provvisorio. Tutto è sparso entro ampi confini e concorre al racconto. C’è sempre una porzione di spazio semivuoto, in genere occupata da una strada, che corre verso un fulcro: qualcosa che potremmo definire quasi ‘anticamera prospettica’. Tutto questo in contrapposizione con “New York 2014”.

Nelle immagini americane tutto viene spinto in primo piano, a ridosso di chi guarda. La profondità di veduta (quando c’è) viene negata per mezzo di ostacoli e barriere, fino ad arrivare ad una chiusura della scena, che nega ogni punto di fuga verso il fondo. In Lisbona l’alternarsi delle quinte lascia immaginare la presenza di una dimensione oltre l’ultima linea di demarcazione. In New York si è assaliti da un senso di claustrofobia, come se fosse rifiutata l’esistenza – almeno in quanto conoscenza – di un ‘oltre’. Come nello spazio di una rappresentazione teatrale, dove tutto è contenuto entro i limiti del palco e l’umanità si muove solo ai lati di esso, entrando e uscendo dalla scena a destra e a sinistra, e senza mai sondare la terza dimensione. La scena dell’azione è costretta e schiacciata sullo sfondo di una scenografia che non sottende un procedere oltre essa. L’ultimo elemento è proprio la suddetta citata umanità. La presenza umana in Lisbona non è mai protagonista. Concorre alla messa in scena, è spesso perno compositivo e si percepisce anche nella sua assenza, ma essa è sempre lontana dall’antropocentrismo newyorkese. La galleria di personaggi ritratti nelle foto di NY ci presenta un’umanità con volti, atteggiamenti e azioni. Sono personaggi tondi e mai piatti o anonimi come le presenze che popolano le fotografie del 2013.

Minimo comune denominatore di entrambe le serie è qualcosa che non si può spiegare non considerando l’altra parte del lavoro di questo fotografo: la surrealtà. Martini alterna realismo e visioni, vita vera e mise en scène, street e mondo onirico. C’è un’altra parte della fotografia di questi che rappresenta la liberazione della fantasia più assoluta, la ricerca di uno spazio oltre il tempo, oltre la coscienza, verso un orizzonte che risiede sopra o oltre la realtà. Fotografie che sottendono una storia, in cui compare l’assurdo o che, comunque, propongono qualcosa che esce dall’ordinario: un uomo con la testa di cavallo si mimetizza nella folla della metropolitana di New York, così come in “Tartana 2013” una ragazza con una parrucca rossa e vestita da cartoon innaffia un girasole in una piscina che sebbene esistente, viene rappresentata privata di ogni connotazione reale. Questo è il punto: la street di Simone Martini, se mantiene la sua firma nell’ironia di certe apparizioni e contaminazioni, riesce a restituire, senza alcuna intromissione soggettiva, il luogo protagonista della rappresentazione nelle sue caratteristiche spaziali, di luce, di vita.

gigabyte2Simone Martini è nato a Firenze nel 1990. Dal 2012 è parte del Collettivo fotografico Gruppo 12. Di sé e del suo rapporto con la fotografia scrive: «non riesco a descrivere come sono arrivato alla fotografia. L’amore è nato spontaneamente, sicuramente alimentato dalla curiosità e dall’interesse per le arti, per il quale sono stato abituato fin da piccolo. Sono anche un grande amante dei computer e dell’informatica. La tecnologia mi incuriosisce, mi solletica interesse, ma il continuo e veloce progresso non è rispecchiato nella fotografia. Per me la fotografia d’autore è una ricerca del particolare in un mondo standardizzato, dove la pubblicità è, spesso, reiterazione del già visto o del cattivo gusto, e le persone sono flussi di folla disperse in un supermercato o nella via principale di una città. Una visione, quindi, molto pragmatica e lenta, dove la foto viene vista prima nella mente e poi nel display. La fotografia di strada è per me un allenamento; riuscire a catturare divertimento, sregolatezza o situazioni ambigue nel quotidiano vivere. A volte fa sorridere, altre volte no».

La mostra SUBWAY inaugura mercoledì 19 novembre dalle ore 18 alle ore 20 e resterà visitabile fino al 9 gennaio 2015.

Redazione

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